IL VELO DI MAYA

con Sabrina Zinoni e Gianfranco Carpeoro

Nella mitologia induista, Maya fu creata da Shiva per eludere la sorveglianza di Ganesha che era a guardia di Parvati. È una bella donna che personifica l’illusione magica. Nel simbolismo orientale la parola maya designa le apparenze ingannevoli, l’opposto dell’essere.

Maya, però, in origine era intesa come creazione, come fa Indra che con la sua maya si presenta in differenti forme, rappresentando il potere di dare forma dal quale proviene la materia plasmata dagli dèi. Col passare del tempo, la molteplicità delle forme fece dimenticare agli uomini l’essenza, l’origine, e così maya divenne sinonimo di illusione.

Quindi, maya è la creazione che muta e si trasforma, l’essenza che si copre di involucri e che permette la confusione tra l’apparire e l’essere agli occhi velati.

Il velo è il segreto, il mistero, la conoscenza celata. La persona è velata quando è chiusa e ignorante nei confronti della spiritualità. Lo svelamento è sia illuminazione, sia rivelazione, come afferma il trattato sufi “Rivelazione di ciò che è velato”.

Il velo copre gli occhi degli uomini e li lascia nell’illusione e il risveglio diviene la liberazione dal velo e l’uscita da maya.

Molte divinità antiche sono rappresentate con un velo, come Iside e la Vergine Maria, con la funzione di proteggere e di evocare il mistero della conoscenza e della creazione.

Il velo rappresenta anche l’incertezza del destino, come quello di Saturno, velo che rappresenta anche tempi oscuri e impenetrabili, considerato che Saturno era il dio del Tempo.

Il velo discrimina tra profano e sacro se posto sugli occhi oppure no, ma delimita anche lo spazio pubblico e privato. Prendere il velo significa la rinuncia alla vita pubblica e alla vanità delle apparenze.

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