con Gianfranco Carpeoro e Paolo Franceschetti
«Avada Kedavra!»
«Expelliarmus!» Lo scoppio fu come un colpo di cannone e le fiamme dorate che eruppero tra loro, al centro esatto del cerchio che avevano disegnato, segnarono il punto in cui gli incantesimi si scontrarono. Harry vide il lampo verde di Voldemort urtare il proprio incantesimo, vide la Bacchetta di Sambuco volare in alto, scura contro l’alba, roteare come la testa di Nagini contro il soffitto incantato, verso il padrone che non avrebbe ucciso, che finalmente ne entrava in pieno possesso. E Harry, con l’infallibile abilità del Cercatore, la prese al volo con la mano libera mentre Voldemort cadeva all’indietro, le braccia spalancate, le pupille a fessura degli occhi scarlatti che si giravano verso l’alto. Tom Riddle crollò sul pavimento con banale solennità, il corpo fiacco e rattrappito, le mani bianche vuote, il volto da serpente inespressivo e ignaro. Voldemort era morto, ucciso dal rimbalzo della sua stessa maledizione, e Harry fissava, con due bacchette in mano, il guscio vuoto del suo nemico.” (Harry Potter - I doni della morte, J.K. Rowling)
Una delle esperienze più sottovalutate è la scelta delle parole che utilizziamo ogni giorno. Questo brano ci indica come le parole siano fondamentali, ma non sufficienti per essere considerate incantesimi.
Prima di tutto, voglio soffermarmi sull’aspetto benedizione e maledizione. Con la benedizione si dà qualcosa, con la maledizione si toglie qualcosa. Benedire e maledire contengono il verbo dire che indica significare per mezzo della parola e significare è generare un segno che rimane.
Elemento dell’incantesimo è la parola, espressa o taciuta e l’etimologia ci dice che deriva da termini che significano comparazione, insegnamento, trasposta poi in parabola come insegnamento vero e proprio che è adatto a ogni livello di comprensione come quello del Vangelo.
L’incantesimo, invece, è l’evocazione di enti per mezzo di parole messe in canto, quindi, con una pronuncia cantilenante, operando così su mondi anche soprannaturali, andando oltre le leggi della natura.
Ma non basta dire una parola e avere una bacchetta magica per generare un incantesimo. Devono esserci azioni e movimenti vibrazionali ed energetici precisi sia su questa dimensione, sia nell’altromondo. Devo saper muovere l’energia elettrica, magnetica e psichica che si manifestano con la forma che noi vediamo come luce, nel suono che noi manifestiamo come il nostro potere, e la direzione che indirizza l’incantesimo nella giusta posizione, allora, l’incantesimo si concretizza.
Un insegnamento che riceviamo dal brano letto sulla morte di Lord Voldemort è molteplice: benedizione e maledizione siamo i primi a sentirle quando le esprimiamo, perciò, la nostra vita prende quella via. Nelle cellule della pelle esistono dei fonorecettori che ricevono l’informazione andando ad attivare il DNA in base a quella stessa informazione, con conseguente produzione biochimica; se la persona a cui è indirizzata la maledizione sa proteggersi, questa torna indietro seguendo la via di minor resistenza, ovvero, percorrendo la via in modo inverso e manifestandosi in chi l’ha inviata. Essendo l’avada kedavra una maledizione, ovvero qualcosa che toglie, vediamo come la vita sia stata istantaneamente sottratta dal corpo di Voldemort.
In conclusione: per non saper né leggere, né scrivere, io consiglio di benedire, ovvero di fornire alla controparte ciò che manca o che è debole, invece, di tentare togliere ciò che ha, non sai mai se sia in grado di difendersi e di rimandare indietro l’incantesimo.
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