Disobbedienza civile o fedeltà alla Costituzione?

Abbiamo perso il senso delle parole. Oggi, la fedeltà e la lealtà del cittadino sovrano alla legge fondamentale dello stato, ovvero la Costituzione Italiana, sono diventate per una strana alchimia, una forma di “disobbedienza civile”. In realtà, la disobbedienza è riferita a pseudo norme mal interpretate da chi ha il ruolo di diffondere le notizie. Normative senza fondamento logico, ma ben poste in essere da chi, per apatia e pigrizia, preferisce ignorare lo studio e la ricerca della verità, perché una bella bugia è più rassicurante di una brutta verità. Significa, infatti, necessità di agire… ma l’inazione è più comoda.
E così, chi pratica azioni fedeli alla Costituzione dell’Italia, definita Repubblica Democratica dal primo articolo della stessa, diviene un disobbediente. Utilizzando il libero pensiero critico, comprendiamo che qualcosa sta andando storto. Personalmente, evito di dichiarare “disobbediente civile” chi incarna l’idea del cittadino sovrano; chiamo tutto questo, piuttosto, civile fedeltà all’Italia e agli Italiani.
Ma da dove nasce il concetto di disobbedienza civile? Comprenderlo è possibile appellandoci al significato di questa parola. Il dizionario etimologico la descrive come il mancato adempimento dell’altrui comando o volontà. Nessuno deve eseguire comandi o volontà altrui; una legge la si sceglie per risonanza, perciò, non diviene obbedienza, ma spontaneità nel seguire quanto si incarna come ideale di vita personale e comunitaria. Quando si eseguono i cosiddetti ordini, in realtà dovrebbero essere semplicemente indicazioni di richiamo alla memorie di ciò che sono le regole che abbiamo scelto noi di seguire. La gerarchia non dev’essere imposizione, ma regolazione di determinati processi che scegliamo di porre in essere.
Ognuno di noi è chiamato a liberarsi dalle imposizioni e porsi al servizio attraverso la condivisione di intenti e la collaborazione, nel rispetto della propria e delle altrui libertà. Obbedienza è seguire gli altrui comandamenti per imposizione e mai per libera scelta. È dettata da paura, divisione, individualismo, sottostà al motto dividi et impera e genera un’esistenza di mors tua vita mea. Questa condizione aberrante predispone all’annichilimento di regole proprie per sottomettersi a quelle degli altri, considerati dai nostri codici subconsci come autorità, ossia persone a cui noi cediamo la gestione del nostro autòs, la sostanza del nostro sé.
Ma cosa significa avere delle regole? Significa stabilire i limiti laterali della strada che decidiamo di percorrere per azione dell’intelligenza attiva, evitando di lasciare il sentiero per impulso ormonale. La regola è una guida diretta per la missione o scopo che ci siamo prefissati di attuare nel paradigma vissuto. È una guida per noi, è la nostra personale direzione, che non necessariamente corrisponde a quella degli altri. In un sistema di obbedienza, siamo estraniati da ciò che guida il nostro essere, che si annulla per sostituirsi ad altro costruito artificialmente da terzi individui che hanno deciso cosa è meglio per noi, ma secondo i loro programmi psico-emotivi ed esperienziali. Ricordiamoci un aspetto fondamentale: noi non siamo loro.
Scegliere di seguire una legge significa smettere di fare per noi ciò che gli altri vogliono per noi, liberando l’espressione dei nostri talenti in una continua creazione di bellezza e perfezione.
Il sistema di obbedienza punta alla debolezza più diffusa degli esseri umani: il soddisfacimento delle emozioni a breve termine a sfavore di quelle a medio-lungo termine. Si tratta di preferire chi si è ora invece di essere ciò che possiamo essere nel divenire con l’esperienza personale. Qui sorge una domanda: siamo pronti ad andare avanti? La risposta stabilisce la nostra volontà: obbedire al sistema o scegliere di essere noi stessi.

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