La reincarnazione è oggetto di discussione da quando esistono le religioni. La necessità degli umani di certezza che la morte del corpo non sia la fine ha condotto alla generazione di molte religioni che possano soddisfare il più ampio arco di persone che, secondo il loro sentito, scelgono quale sia la più consona. Ma cos’è la reincarnazione? Perché alcuni ricordano le loro precedenti vite? Cosa ne pensano studiosi, mistici e maestri spirituali? In questo video voglio riportare alcuni studi, esperienze e credenze in merito e a parlare saranno i protagonisti. Ho tratto parte di queste informazioni dal libro “Inchiesta sulla reincarnazione” di Patrice Van Eersel.
Patrice van Eersel
La reincarnazione è un argomento trasversale a tutte le tradizioni, religioni e credenze, presente nelle problematiche etiche, metafisiche e spirituali, sia in quelle orientali che in quelle occidentali. La reincarnazione è un’esperienza che vede punti di vista contradditori: per alcuni la possibilità di risolvere, per altri una maledizione; per alcuni si procede in avanti nell’evoluzione, per altri si può anche retrocedere, per alcuni un modo per non morire mai, per altri un modo per essere schiavi di un processo.
L’induismo ha come base solida la reincarnazione, è uno dei principi più antichi. È una credenza ancestrale resa dinamica da ricordi ricorrenti di vite antecedenti. La legge del karma si manifesta attraverso la reincarnazione.
Yvan Amar
La reincarnazione non è vera, perché la dimensione della nostra essenza sfugge alla dimensione temporale. Ciò che è chiamata reincarnazione è una visione del mondo in blocchi separati dove entità possono abitare un corpo per un’esistenza e un altro corpo per un’altra esistenza e a volte ci si ricorda di queste esistenze. Ma la memoria di un’esistenza, non significa sia stata un’esperienza in corpi diversi. Questa è una memoria nel tempo.
La teoria morfogenetica di Rupert Sheldrake potrebbe spiegare questa memoria. Nello spazio vi è una coscienza alla quale tutti gli individui hanno accesso e, un’informazione data a un gruppo, può espandersi anche ad altri che hanno accesso a quel campo di coscienza. Come questo vale per lo spazio, può valere anche per il tempo. Accedendo a questo punto del campo, ricevendo quelle informazioni, possiamo avere sensazione di aver vissuto quell’esistenza appropriandoci della memoria di quegli eventi.
La teoria della reincarnazione, tuttavia, sembra riconoscere una realtà all’esistenza in sé, ma la realtà è interdipendenza di fenomeni. Avvicinarsi alla reincarnazione, da un punto di vista personale, è un recupero da parte del sé sofferente della possibilità di perpetuarsi al di là della morte. Chi aspira al reale non teme la morte, ma un sé sofferente, vuol sfuggire alla morte creando uno stato post mortem. Non vi è paradiso, non vi è un ritorno, ma la realtà di una conoscenza assoluta.
Il riconoscimento di una reincarnazione appartiene a un campo di coscienza limitato dalle misure di tempo e spazio e maya, l’illusione, ha come radice il misurabile e il misurabile è menzogna.
Più incarniamo il reale, meno esiste il sé individuale e una volta che l’ego si dissolve, non c’è altro che si deve incarnare. Quella della morte totale è una liberazione.
Catherine Barry con Dagpo Rinpoche
Per uscire dal ciclo automatico delle reincarnazioni, ci dice Dagpo Rinpoche, amico del Dalai Lama, occorre cominciare dal rispetto di sé e degli altri, poi imparare a concentrarsi e solo più tardi sperare che giunga la saggezza. Si tratta della ruota del samsara a cui sono sottoposti tutti gli esseri senzienti a dalla quale si può uscire con circostanze favorevoli.
I maestri si reincarnano e il loro riconoscimento sottostà a un processo complesso per evitare errori nel definirli tali. Si tratta dei tulku e il primo fu Karmapa. Un lama non è per forza illuminato, ma certamente è avanti nella via avendo sviluppato saggezza, compassione e concentrazione. I tulku sono il seguito del continuum mentale dei loro predecessori e hanno la responsabilità di portare sulla via dell’illuminazione le persone. Chi è riconosciuto tulku non sempre ha sviluppato le stesse capacità dei predecessori, ma ne porta avanti la pratica e la conoscenza.
Dagpo Rinpoche distingue tra rinascita e reincarnazione: la prima è quasi obbligatoria per raggiungere l’illuminazione, la seconda è la scelta di aiutare gli esseri senzienti a raggiungere l’illuminazione. La nascita come umani permette l’uscita dal samsara che, attraverso la sofferenza, genera un karma positivo e riduce il karma samsarico che genera le rinascite. Vivere come essere umani è una fortuna, poiché gli dèi consumano tutto il karma positivo acquisito senza poterne generare altro.
Secondo il buddhismo è possibile liberarsi dal samsara in un’unica vita. È possibile secondo le tre qualità già citate prima, ovvero con il rispetto di sé e degli altri, poi con la concentrazione che consente la padronanza della mente e, infine, con l’acquisizione della saggezza che libera dall’ignoranza della percezione di un sé. Sono elementi fondamentali e interdipendenti.
L’ultimo pensiero di un morente simboleggia, concretizza ed esprime il percorso della persona che è giunta alla fine della propria esistenza.
Catherine Barry con Matthieu Ricard
Un buddhista crede nella reincarnazione ma non ha interesse al ricordo delle vite anteriori. L’illuminazione è la trascendenza del sé della persona. L’interesse alle vite anteriori è vano, ciò che conta è la direzione che prendiamo in ogni istante della vita. L’attaccamento all’idea di rinascita indica una confusa aspettativa di permanenza dell’ego. Interrogarsi sulla coscienza e di ciò che ne sarà dopo l’esistenza è comprenderne la sua natura, ma l’attaccamento è sopravvivenza dell’ego.
Una coscienza che vive una successione di stati di esistenza comporta vantaggi come quello di smettere di prendercela con gli altri per ciò che ci succede, sentendoci impotenti nelle mani di un destino arbitrario. L’essere umano è privilegiato perché con le sue sofferenze è spinto a infondersi la volontà di uscire dall’attaccamento.
L’ego è privo di esistenza in sé, quindi, ciò che passa da un’esistenza all’altra è una funzione e non un’entità. L’ego non può durare dopo la morte poiché non esiste; è un’illusione per ignoranza della realtà.
La fase post mortem designa per i grandi praticanti la sperimentazione della Chiara Luce o dharmakaya, il corpo assoluto, che è la conoscenza della verità assoluta. Il dharmakaya è la natura assoluta della mente e la maggior parte degli esseri non coglie il momento per giungere all’Illuminazione. Il grande meditante, invece, lo sa cogliere ed è liberato dai cicli delle esistenze. Questo non significa che non rinascerà più, ma che la rinascita non è frutto di una mescolanza di karma positivo e negativo di cui subisce le conseguenze, ma è il frutto della capacità altruistica a fare del bene.
Quando tutti gli esseri avranno raggiunto l’illuminazione, non è detto non vi siano più rinascite, poiché il samsara non ha fine. Credere nella rinascita porta il praticante alla convinzione che il cammino spirituale lo porterà alla meta con i mezzi disponibili e senza scoraggiarsi.
Catherine Barry con Bruno Abraham-Kremer
I sogni ci offrono risposte, segni, raccontano parti di noi con cui non siamo in contatto. Potrebbero darci indicazioni sulle vite anteriori. I sogni ricorrenti portano a interrogarci, a farci domande essenziali su chi siamo. Le domande sincere non rimangono senza risposta.
Nell’opera teatrale Milarepa di Eric-Emmanuel Schmitt si intrecciano le storie di Milarepa e dello zio Svastika che risolvono la loro vita in modo differente. Svastika morirà carico di odio portandosi dietro questa condizione nelle successive reincarnazioni, mentre Milarepa si libera del proprio karma accettando sofferenze per purificarsi e prendendo successivamente in mano la propria vita imparando l’amore. Milarepa si ricongiunge con se stesso rinunciando all’identificazione con la sofferenza.
I sé recitati nel teatro e le diverse possibilità di incarnazione sono paralleli. Quando nella vita si sceglie con determinazione di cambiare, allora ci si libera, altrimenti ci si incarnerà continuamente finché quel karma sarà dissolto. Ci trasformiamo, ma decidiamo noi come.
L’impermanenza ci esorta a vivere al meglio il qui e ora, il continuum mentale nelle varie reincarnazioni è l’amore per se stessi per giungere, poi, ad amare gli altri. La libertà dell’uomo sta nel riconoscere la propria natura, prendersene la responsabilità riconciliandosi con se stesso e gli altri.
Jacques Brosse
Nella tradizione zen la nostra natura profonda è non nata, quindi non può morire né rinascere. L’unica parte che può reincarnarsi è la compassione. Non ci si può reincarnare o risorgere, proprio come il ceppo ridotto in polvere non può tornare ceppo; perciò, gli uomini una volta morti non tornano alla vita. Ciò che nasce, muore, perché la morte è contenuta nella nascita. Tutto ciò che è aggregato, prima o poi si disgrega. Immaginarsi il contrario è illusorio e rassicurante, ma fa perdere di vista la vera natura di ognuno, quella di un essere illuminato, un buddha.
La natura di buddha è il non creato, il non nato, il non composto. Se non è nato, non muore. Nella meditazione tutto è qui e ora, non in un futuro ipotetico, non altrove. Parole come karma, reincarnazione e illuminazione mantengono nella dualità e la comprensione va sperimentata e vissuta nel silenzio.
Ciò a cui mirare è la liberazione dalle contraddizioni.
François L’Yvonnet con Maurice de Gandillac
Per i greci antichi, per ogni ricaduta al di fuori dal mondo delle idee pure, l’anima si costruisce un nuovo corpo a misura del proprio valore morale e così di corpo in corpo, di azione in azione, spera di non ricadere più e poter dimorare nel decimo Cielo.
Nella tradizione greca antica, non vi è tanto palingenesi o reincarnazione, quanto migrazione delle anime, idea vera e falsa allo stesso tempo, poiché non è vero che se una persona si è comportata male si incarnerà in un individuo di bassa condizione sociale o in un animale perché l’anima non è soggetta a caselle e i corpi non preesistono alle anime. È l’anima, secondo Plotino, che si costruisce un corpo a sua immagine che utilizza e rappresenterà la sua dignità, cioè la distanza intercorsa tra la visione pura delle idee e quella intaccata da tempo, materia e molteplicità, visione quest’ultima che ha creato la caduta delle anime.
Secondo Plotino, l’anima scende di nuovo perché non sufficientemente purificata non avendo raggiunto la visione pura e l’unione pura con l’Uno.
Rabbin Adin Steinsaltz con Dominique Godrèche
Cosa accade all’anima dopo la morte nell’ebraismo rimane sempre una risposta sul vago. La Kabbalà può indicarci qualche risposta. Negli ultimi cinquecento anni si è affermata l’idea della trasmigrazione delle anime. Il giudaismo ha istituito pochi rapporti con la metafisica, perciò pochi conoscono la questione della trasmigrazione delle anime.
La morte spaventa ma non conosciamo molto di questo cambiamento, quindi, non ha molto senso esserne spaventati. La separazione tra corpo e anima è durissima e in questo sta la difficoltà della morte. Alcuni rimangono di là, altri ritornano per completare gli “studi”.
La maggior parte delle persone nasce con un’anima che è già stata utilizzata, sono anime di riparazione; anime nuove ce ne sono pochissime. L’anima può essere legata alla propria famiglia, all’ascendenza, come esserne totalmente estranea. Ciò che ci accade si situa al confine con la coscienza e il legame tra anime deriva da esperienze di vite precedenti. I gusti, le cose che scegliamo, sono legati a ciò che eravamo prima.
Abbiamo due vie: quella dell’ereditarietà che ci fa fare alcune cose e quella del luogo dell’anima che mantiene il desiderio che ci renderebbe felici.
Nella visione ebraica, l’anima può dimorare contemporaneamente in persone diverse, come fosse una squadra, e per questo le persone si sentono legate tra loro, sono come i rami di un’unica anima. Anche il deja-vù è collegato alla trasmigrazione dell’anima.
Abbiamo possibilità di scelta, ma non possiamo sfuggire a ciò che siamo e che dobbiamo fare. Il valore della vita sta nei risultati.
Marie Stanley
Limitare la speranza è un’idea contraria a qualsiasi visione cristiana. La reincarnazione è il rivelatore dell’uomo e di Dio.
Io vi dico che Elia è già ritornato, ed essi non l’hanno riconosciuto, Vangelo di Matteo.
Nella religione cristiano-cattolica, è la resurrezione ad avere un ruolo chiave, ma la resurrezione di Cristo e la nostra sono diverse e il primo punto di differenza è la purezza del cuore. Non risorgono solo i puri di cuore, ma anche i dannati, tutti riprendono corpo. Per San Paolo, la resurrezione del corpo ne prevede la redenzione che è la tappa conclusiva della resurrezione che è effetto diretto della fioritura dello spirito dell’uomo. La resurrezione del maestro Gesù serve a noi come esempio.
La chiusura della chiesa cattolica allo studio della reincarnazione spinge le persone a ricercare altrove. Ma è bene andare anche oltre le apparenze dogmatiche per ricevere il nucleo incorruttibile della verità. La reincarnazione assicura la percorribilità di certe piste, ma non è una auto-salvazione che, se limitata al fattore temporale, indica solamente la durezza dei nostri cuori ad aprirsi alla grazia divina.
François Brune
Non è necessaria la reincarnazione per spiegare i ricordi di vite anteriori, piuttosto è una risposta a un’economia che ignora le frontiere individuali. Nonostante molti articoli che condannano la reincarnazione nella chiesa cattolica, ci sono teologi che la insegnano.
La condanna o l’affermazione non ci aiutano alla comprensione delle nostre vite, il mistero non si semplifica. Non ci sono prove assolute né che ci sia la reincarnazione, né che non ci sia.
Gli scienziati hanno scoperto la natura olografica del mondo, ovvero ogni punto di supporto contiene in sé tutti i punti dell’immagine. Proprio a partire da questo, ogni coscienza contiene l’informazione di tutta l’umanità, dalle origini a oggi, perché non connessa al tempo.
André
Siamo tutti connessi tramite un fittissimo reticolo, siamo tutti nella stessa avventura. I nostri errori non ritornano come dei boomerang, non tutti, non necessariamente hanno un legame col passato, ma a volte sono accettati per progredire più velocemente. Inoltre, esiste la cattiveria dell’umanità. Una serie di vite non è sempre un arricchimento interiore.
Siamo la somma di tutto ciò che siamo stati, ma l’idea di Dio è agli antipodi dell’idea di accumulazione e auto-costruzione. Quando saremo, sapremo di non essere nulla, quindi, ciò che conta è l’oblio, l’abnegazione di sé per vivere l’io sono. Siamo stati modellati a immagine e somiglianza di Dio, ma ci siamo concentrati su noi stessi prendendoci per lui incapsulandoci nello spazio-tempo nell’illusione dell’indipendenza. Le reincarnazioni sono un modo per Dio di ottenere il nostro consenso di essere salvati da Lui; reincarnazione e resurrezione sono modi per aumentare la radianza vibratoria dei corpi, vivificando la materia che trasformandosi si spiritualizza e, quindi, arrivando a quella che noi chiamiamo l’unione tra spirito e corpo.
Fayad Bassem
I drudi sanno come integrare perfettamente le loro vite passate nel presente. Si manifestano i ricordi dell’anima perché le anime viaggiano da un corpo umano a un altro, senza mai incarnarsi in animali, vegetali o minerali. Qui, le leggi dello spazio e del tempo non obbediscono ai limiti abituali. Un individuo può appartenere a un luogo diverso da quello in cui è fisicamente nato mantenendo relazioni con membri estranei alla famiglia per un bisogno di ricongiungimento e non potrà vivere appieno la sua vita finché non avrà visitato quel luogo al quale è rimasto legato con i ricordi dell’anima. È un’entità doppia di una memoria che nutre il suo presente e lo fa essendo membro di due famiglie distinte.
Tutti hanno necessariamente un’altra vita, anche se pochi se ne ricordano. Il ricordo della reincarnazione si manifesta nel bambino e non nell’adulto. Le reincarnazioni sono tante, fino a raggiungere lo stadio dello spirito perfetto a cui tutti hanno accesso.
Sceicco Khaled Bentounès
L’essenziale sfugge all’eventuale successione delle vite perché tutto si gioca nel momento della morte quando si vede l’eterno. Nell’islam il dibattito sulla reincarnazione rimane aperto. Le nostre origini inferiori sono materiali, che si tratti di animale, vegetale o minerale e alla morte ritornano all’origine; nulla si crea, nulla si distrugge. Quando il corpo si disgrega, la mente torna a Dio.
Secondo la tradizione sufi non c’è reincarnazione, ma vita dopo la morte. L’anima, dopo la morte, soggiorna in un mondo intermedio che è il barzakh liberandosi del negativo ricevuto in vita per accedere puri al mondo superiore. Può dimorare in paradiso o nell’inferno, a seconda abbia vissuto nell’oblio di Dio o nella sua misericordia. L’inferno è solo una tappa di purificazione. In entrambi i casi, vi è separazione da Dio.
L’accettazione della morte del defunto da parte della famiglia agevola il cammino verso la purificazione dell’anima. Non c’è reincarnazione, ma una interazione tra i mondi e Maometto enuncia tre elementi che aiutano il defunto a camminare nell’Aldilà: le opere che si lasciano, il sapere che si lascia e i figli educati alla rettitudine e alla pietas.
Probabilmente la nostra condizione umana è di essere il retaggio delle precedenti generazioni, oppure vi è nel codice genetico un principio di tutto ciò che hanno vissuto i nostri antenati. La reincarnazione è un principio più vasto. Per i sufi, ognuno contiene i 72 attributi divini che devono essere sperimentati per completare l’esperienza terrena e rimuovere la paura dell’ignoto.
Melik Ngédar
Le culture umane hanno ridotto la reincarnazione a una prova delle credenze escatologiche, ma in molte culture tropicali è profondamente radicata e percepita in modo positivo. Per alcune tradizioni africane, un antenato si può reincarnare all’interno della propria famiglia e il generare molti figli significa donare la possibilità a molti di loro di ritornare trovando un utero che li accolga. È un atto di cortesia transgenerazionale.
Per gli Zulu il Risveglio è formato da sette tappe che porta l’apprendista a essere uomo perfetto; quando il ciclo delle rinascite si conclude ci si incarna solo come atto di volontà. Si considerano discendenti degli antichi egizi.
Secondo il libro dei morti egiziano, l’anima muore e rinasce fin dall’inizio dei tempi e nei modi più diversi e la terra è solo un luogo di passaggio. Nel libro, quando Osiride chiede quanto avrò da vivere? Thot risponde milioni e milioni di anni!
Presso le popolazioni precolombiane, la reincarnazione è una delle convinzioni più radicate e i riti funerari parlano di vita futura. Inoltre, non si preoccupano del corpo dopo la morte perché l’anima ne troverà un altro.
Anche in Oceania la dottrina reincarnazionista è comune nelle religioni e l’interesse è volto a conoscere la relazione tra chi siamo al momento della nascita e chi saremo al momento della morte.
Per i balinesi, ci si incarna sempre nella stessa famiglia e si impara a qualsiasi età.
Per i Manu, l’essere umano è originariamente creato per conseguire la propria maturità, sopravvive per un breve periodo sotto forma di fantasma in forma densa, poi scende a livelli più bassi sotto forma di vermi e paludi marine.
Denise Desjardins
L’emergere di ricordi di oltre-corpo ha lo scopo di ancorarci nella realtà e imparare a conoscerci. Alcuni maestri orientali hanno una concezione di reincarnazione collegata più al pensiero che al corpo fisico. Dal punto di vista dell’assoluto non c’è una rinascita; essa si manifesta solamente sul piano della mente concettuale. Ci sono innumerevoli nascite e morti, ma non c’è qualcuno che nasce o muore, esiste soltanto l’uno, non il secondo, il Sé è un continuo, è intatto.
Il termine reincarnazione non è del tutto corretto perché si porta appresso una connotazione carnale, ma le nascite successive avvengono sul piano della mente concettuale, ovvero dell’ego. L’ego è un succedersi di pensieri, emozioni, credenze e nozioni culturali. Non essendoci nessuno che nasce e muore, ciò che accade è un cambiamento.
Il desiderio è ciò che spinge a una nuova esistenza. Le tradizioni orientali considerano fondamentali gli ultimi desideri del morente perché determineranno la nuova esistenza. È soddisfacendo il desiderio che ce ne liberiamo. Ma non ci liberiamo del desiderio soddisfacendo i sensi, bensì andando oltre, divenendo lucidi e presenti, come l’uomo che sapendo nuotare sa come gestire le acque, mentre nel caso precedente l’uomo si lascia trascinare dalle stesse acque.

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