HAGAKURE, IL CODICE DEL SAMURAI

Con samurai s’indicano i membri della casta militare del Giappone feudale; simili sotto certi aspetti ai cavalieri dell’Europa medievale, questi guerrieri giocarono per diversi secoli un ruolo fondamentale nella storia giapponese. Il loro declino su lento ma inesorabile, finché nel XIX secolo furono sostituiti da un esercito regolare.

Il nome deriva da saburau, che significa “servire” o “tenersi a lato” e significa “servitore”.

Il termine viene utilizzato per indicare la nobiltà guerriera.

I samurai costituivano una casta colta che, oltre alle arti marziali, direttamente connesse con la loro professione, praticava arti zen.

La parola “samurai” significava originariamente “coloro che servono la nobiltà.

Altro nome con cui era conosciuto il samurai è bushi , il quale appare per la prima volta nel Shoku Nihongi , un antico documento giapponese. In una parte del documanto si dice: “I samurai sono coloro che formano i valori della nazione”.

Wilson afferma che bushi in realtà si traduce con “l’uomo che ha la capacità di mantenere la pace, con la forza militare o letteraria”.

Un samurai prendeva il nome di rōnin (letteralmente “uomo-onda”) quando il nobile padrone cui era legato moriva o perdeva la fiducia in quest’ultimo. Il bushidō prevedeva che per espiare la propria colpa e riacquistare l’onore perduto si dovesse ricorrere alla pratica dello harakiri, che significa “tagliare il ventre” e rappresenta la parte culminante della pratica del suicidio rituale denominato seppuku, attraverso il proprio sventramento con la spada corta wakizashi. Il venir meno a questi principi causava il disonore del guerriero, che diventava un rōnin, ossia un samurai errante, senza onore né dignità.

I samurai usavano una grande varietà di armi, anzi, un’evidente differenza tra la cavalleria europea e i samurai riguarda proprio l’impiego delle armi, poiché i samurai non ritennero mai che esistessero armi disonorevoli, ma solo armi efficienti e inefficienti.

Si diffuse l’idea che l’anima di un samurai risiedesse nella katana che portava con sé.

I samurai seguivano un preciso codice d’onore, chiamato bushidō (“via del guerriero”), la più famosa opera che lo sintetizza è l’Hagakure di Yamamoto Tsunetomo (1659-1721). Non bisogna però ritenere che il bushido praticato nelle diverse epoche in cui vissero i samurai fosse sempre attinente a un medesimo codice d’onore, privo di modifiche o di differenze. Per esempio l’Hagakure è sostanzialmente diverso e confliggente in molte parti con un’altra celebre opera sul bushido, scritta poche decine di anni prima, il Libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi. Infatti il concetto di onore dell’Hagakure è basato sull’accettazione della morte e sull’obbedienza cieca al proprio signore, mentre Musashi lo lega alla ricerca dell’autoperfezionamento e alla completezza culturale e filosofica. Si noti che Musashi non era un “vero” samurai, ma un bushi, rifiutandosi per tutta la vita di prestare servizio a un signore giurandogli fedeltà, rimanendo sempre indipendente.

L’Hagakure è un libro scritto in un’epoca di pace per creare un samurai perfetto, a partire dal suo obbligo di servire il proprio padrone e il suo onore, con la propria spada e con la propria vita; il Libro dei cinque anelli, al contrario, punta a creare un perfetto samurai facendolo divenire un uomo completo o il più possibile completo.

I precetti dei samurai furono pesantemente influenzati dalle principali correnti spirituali e culturali giapponesi. Verso il 1000 era ancora lo shintoismo la principale fonte di ispirazione per i samurai, corrente che sottolineava la fedeltà all’imperatore.

IL CILIEGIO

Oggi assunto a simbolo di tutte le arti marziali, venne adottato dai samurai quale emblema di appartenenza alla propria classe. Nell’iconografia classica del guerriero il ciliegio rappresenta insieme la bellezza e la caducità della vita: esso, durante la fioritura, mostra uno spettacolo incantevole nel quale il samurai vedeva riflessa la grandiosità della propria figura avvolta nell’armatura, ma è sufficiente un improvviso temporale perché tutti i fiori cadano a terra, proprio come il samurai può cadere per un colpo di spada infertogli dal nemico. Il guerriero, abituato a pensare alla morte in battaglia non come un fatto negativo, ma come l’unica maniera onorevole di andarsene, rifletté nel fiore di ciliegio questa filosofia.

Un antico verso ancora oggi ricordato è: «Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero» ovvero: «Come il fiore del ciliegio è il migliore tra i fiori, così il guerriero è il migliore tra gli uomini».

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