con Gianfranco Carpeoro
Il mondo illusorio spinge a credere che il tentativo di fuggire induca a uno stato migliore. Lo stato indica immobilità, è il participio passato del verbo stare. Il passato è ciò che nel presente non è più, ma riportando continuamente quella condizione si evita di essere se stessi nell’adesso, mantenendo la condizione stabile. Perciò, scappare è rifiutare la propria essenza.
La maschera del fuggitivo è indossata da chi vive immerso nel rifiuto, una ferita che colpisce il campo emotivo. È una caratteristica mercuriale che richiama l’ubiquità, la mancanza di radici, la repulsione ai valori. È come se l’individuo negasse la sua incarnazione, è evanescente, con un umore alternato tra euforia e depressione.
Fuggire alimenta il problema, perché si ingigantisce quando non affrontato; rimane indietro, come l’ombra, addensandosi sempre più. Scappare dona un illusorio stato di momentaneo benessere: l’attenzione è rivolta altrove, ma dopo poco il problema si ripresenterà in un continuo circolo vizioso in cui inizio e fine coincidono. Solamente fermandoci e combattendo i nostri demoni avviene la trasmutazione della fuga in libertà.
Fuggire è rifiutare di vivere per dedicare tempo ed energie alle paure, alle fobie, al terrore; è un continuo allontanamento e riavvicinamento al dolore senza mai raggiungere la gioia, poiché un minimo intoppo fa sprofondare di nuovo nell’apatia. Fuggire è essere costantemente in conflitto con se stessi, un’altalena tra gioia e sofferenza che si autoalimentano bloccando le azioni utili e mirate. Fuggire è trascinarsi dietro il problema, in una perpetua attivazione neuroendocrina di sostanze di allerta che inducono la percezione di pericolo anche di ogni aiuto giunto dopo averlo invocato.
Scappare non è da codardi, ma è l’azione di chi ancora ignora la verità e per questo indisposto alla risoluzione; fuggire è scansare un pericolo, ma una volta scansato è necessario girarsi e distruggerlo, poiché evitarlo non significa che non esiste più, tutt’altro. Più aumenta la distanza dalla fonte di luce e più grande e intensa ne diviene l’ombra. La luce è il coraggio di fermarsi, porre fine alla fuga e affrontare il pericolo, quelle prove che, una volta superate, mai più si presenteranno.
Solo il coraggio di girarsi indietro e andare incontro all’avversario fa di ognuno un vero uomo. Affrontare lo sfidante è fissarlo negli occhi senza abbassare lo sguardo per primo: l’occhio è il testimone dell’anima; simbolo della conoscenza, attiva la comprensione dell’avversario, che è possibile vis à vis e mai fuggendo, dato che in quest’ultimo caso lo sguardo è rivolto dalla parte opposta.
Un problema può essere risolto solamente quando lo si guarda.
È con l’azione del cuore che ogni situazione è percepita della corretta dimensione; l’esternazione del coraggio è il momento in cui la vita è presa in mano e direzionata verso gli obiettivi. Prendere in mano è una frase creativa potente perché le mani sono gli organi della manifestazione tangibile e le parole indicano la forgiatura dell’esistenza in libertà e mai per condizionamento.
